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Lezione 13 di 16

Pensione e previdenza complementare: quanto prenderai e cosa fare del TFR

La pensione sembra lontana, ma si costruisce adesso, con ogni mese di lavoro. In questa lezione vediamo come funziona il sistema pubblico, come si stima la propria pensione con il metodo contributivo, cosa conviene fare del TFR, come scegliere tra fondi negoziali, aperti e PIP, quanto pesano costi e vantaggi fiscali e cosa cambia per chi lavora in proprio o ha una carriera discontinua.

di Valentino RoccoPubblicato il 14 min di lettura

In questa pagina
  1. Come funziona il sistema pensionistico pubblico
  2. Contributi, montante e stima della pensione
  3. Il TFR: lasciarlo in azienda o versarlo in un fondo pensione
  4. Fondi pensione negoziali, aperti e PIP
  5. Costi, rendimenti e vantaggi fiscali della previdenza complementare
  6. Quando iniziare e quanto versare
  7. La pensione con un lavoro autonomo o discontinuo
  8. In sintesi

A trent’anni la pensione sembra un problema di un’altra persona. Eppure ogni mese di lavoro, ogni buco nella carriera e ogni scelta sul TFR decidono già oggi quanto avrai fra trenta o quarant’anni. E con il sistema attuale, chi inizia a pensarci presto ha molte più possibilità di chi ci pensa a cinquant’anni.

In questa lezione vediamo come funziona la pensione pubblica, come stimare la propria, cosa conviene fare del TFR e come funzionano i fondi pensione, con i loro costi e i loro vantaggi fiscali. Infine guardiamo cosa cambia per chi lavora in proprio o ha una carriera con interruzioni.

Come funziona il sistema pensionistico pubblico

Il sistema pubblico italiano, gestito soprattutto dall’INPS, è a ripartizione: i contributi pagati oggi da chi lavora servono a pagare le pensioni di oggi. I tuoi contributi non finiscono in un salvadanaio con il tuo nome: vengono registrati su un conto virtuale, che determinerà quanto prenderai.

Il modo in cui si calcola la pensione è cambiato nel tempo:

  • il metodo retributivo, basato sugli ultimi stipendi, vale ormai solo per i contributi più vecchi;
  • il metodo contributivo, introdotto dal 1996, calcola la pensione sui contributi versati in tutta la carriera. Chi ha iniziato a lavorare dopo il 1995 ha una pensione interamente contributiva; chi ha iniziato prima ha un sistema misto.

Nel 2026 le strade principali per andare in pensione sono queste:

Pensione Requisiti 2026
Vecchiaia 67 anni e almeno 20 anni di contributi
Anticipata 42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini, 41 anni e 10 mesi per le donne, a qualsiasi età, più 3 mesi di attesa
Anticipata contributiva 64 anni e 20 anni di contributi, solo per chi ha iniziato dopo il 1995, con una pensione di almeno tre volte l’assegno sociale

Quota 103 e Opzione donna non sono state rinnovate per il 2026. La legge di bilancio 2026 prevede inoltre che l’età per la pensione di vecchiaia salga a 67 anni e 1 mese nel 2027 e a 67 anni e 3 mesi dal 2028, seguendo l’aumento della speranza di vita: per chi ha trent’anni oggi è ragionevole aspettarsi di lasciare il lavoro dopo i 67 anni.

Chi a 67 anni non ha una pensione o ha redditi molto bassi può ricevere l’assegno sociale, che nel 2026 vale 546,24 € al mese per tredici mensilità: una rete di sicurezza, non una pensione su cui fare progetti.

Contributi, montante e stima della pensione

Per un dipendente i contributi pensionistici valgono il 33% della retribuzione lorda: il 9,19% lo paga il lavoratore, trattenuto in busta paga, il 23,81% il datore di lavoro. Ogni anno questi contributi si sommano sul tuo conto e vengono rivalutati in base alla crescita media dell’economia, il PIL nominale degli ultimi cinque anni. La somma finale si chiama montante contributivo.

Al momento della pensione il montante si trasforma in una pensione annua con il coefficiente di trasformazione, che cresce con l’età perché la pensione dovrà durare meno anni. I coefficienti in vigore nel 2025 e nel 2026 sono, per esempio:

Età di uscita Coefficiente Pensione annua su 300.000 €
64 anni 5,088% 15.264 €
67 anni 5,608% 16.824 €
71 anni 6,510% 19.530 €

Ogni due anni i coefficienti vengono aggiornati in base alla speranza di vita, e di solito scendono: chi andrà in pensione fra trent’anni avrà coefficienti più bassi a parità di età.

Una stima per Luca. Luca ha 34 anni e lavora da quando ne aveva 25: il suo montante oggi è di circa 100.000 €. Con una RAL di 44.000 € versa ogni anno 14.520 € di contributi. Facciamo un’ipotesi semplice, in euro di oggi: lo stipendio cresce dell’1% l’anno oltre l’inflazione, il montante si rivaluta allo stesso ritmo e Luca va in pensione a 67 anni con il coefficiente attuale.

Scenario Pensione lorda al mese Rispetto all’ultimo stipendio
Tutto come previsto 3.441 € 74%
Economia più lenta 3.137 € 67%
Cinque anni senza contributi 3.010 € 65%
Entrambe le cose 2.754 € 59%

Le pensioni sono in tredici mensilità e in euro di oggi; nello scenario «economia più lenta» il montante si rivaluta solo dello 0,5% l’anno. Il punto non è il numero esatto, impossibile da prevedere a trent’anni di distanza, ma la sensibilità: bastano qualche anno di buchi nella carriera e un’economia che cresce poco per perdere 15 punti.

Il rapporto tra la prima pensione e l’ultimo stipendio si chiama tasso di sostituzione. Il confronto dell’esempio è tra lordi: sulla pensione non si pagano contributi, quindi il rapporto tra i netti è un po’ più alto.

Per la tua stima non serve fare i conti a mano: nell’area personale MyINPS trovi l’estratto conto contributivo, con tutti i contributi registrati, e il servizio La mia pensione futura, che simula età e importo. Controlla l’estratto conto almeno una volta l’anno: un contributo mancante si recupera molto più facilmente subito che vent’anni dopo.

Il TFR: lasciarlo in azienda o versarlo in un fondo pensione

Il TFR, come abbiamo visto nella lezione su busta paga e tasse, vale circa il 6,91% della retribuzione ogni anno. Il dipendente del settore privato può lasciarlo in azienda o destinarlo a un fondo pensione.

  • In azienda, o al Fondo di tesoreria dell’INPS per le aziende più grandi, il TFR si rivaluta ogni anno dell’1,5% più il 75% dell’inflazione: per il 2025 la rivalutazione è stata del 2,31%. Sulla rivalutazione si paga il 17%, e alla fine il TFR è tassato con un’aliquota media che di solito va dal 23% al 30%. Si può chiedere un anticipo, fino al 70%, dopo otto anni di lavoro, per spese mediche o per la prima casa.
  • Nel fondo pensione il TFR si somma al contributo del lavoratore e, nei fondi del contratto collettivo, al contributo del datore di lavoro, che chi non aderisce non riceve. I rendimenti non sono garantiti, salvo nei comparti garantiti, ma la tassazione è più leggera.

Dal 1° luglio 2026 chi viene assunto per la prima volta nel settore privato aderisce automaticamente al fondo del proprio contratto collettivo, con TFR e contributi minimi, se entro 60 giorni non sceglie diversamente: può rinunciare, scegliere un altro fondo o lasciare il TFR in azienda. Per chi era già al lavoro resta la scelta esplicita. Una regola importante: dal TFR in azienda si può passare al fondo in qualsiasi momento, ma una volta nel fondo non si può tornare indietro.

Le tre strade di Luca, per i 33 anni che gli mancano alla pensione, in euro di oggi. Ipotesi: inflazione al 2%, TFR di 3.040 € l’anno che cresce con lo stipendio; nel fondo una linea bilanciata che rende il 4,5% lordo l’anno, con costi dello 0,47%; contributo di Luca dell’1% e del datore dell’1,5% della retribuzione.

Scelta Versato in tutto Netto alla pensione
TFR in azienda 118.200 € circa 96.400 €
Solo TFR nel fondo 118.200 € circa 132.900 €
TFR e contributi nel fondo 160.900 € circa 180.900 €

Nel terzo caso Luca mette di tasca sua circa 17.100 € in 33 anni, circa 37 € al mese all’inizio, e il datore di lavoro ne aggiunge 25.700. In più, ogni anno, risparmia circa 156 € di imposte grazie alla deduzione.

Sono ipotesi, non promesse: un fondo può rendere meno, soprattutto nei primi anni o nelle linee più prudenti, mentre la rivalutazione del TFR è garantita per legge. Ma i numeri di lungo periodo vanno in una direzione chiara: secondo la COVIP, l’autorità che vigila sui fondi pensione, tra la fine del 2015 e la fine del 2025 le linee azionarie hanno reso in media circa il 5% l’anno, contro il 2,5% della rivalutazione del TFR.

Fondi pensione negoziali, aperti e PIP

A fine 2025 gli iscritti alla previdenza complementare erano quasi 10,5 milioni. Le forme principali sono tre:

Negoziali Aperti PIP
Chi può aderire Lavoratori del contratto Tutti Tutti
Contributo del datore Sì Se previsto da accordi Di solito no
Costo medio annuo 0,47% 1,36% 2,17%
  • I fondi negoziali, o chiusi, nascono dai contratti collettivi di lavoro: sono senza scopo di lucro e quasi sempre i più economici.
  • I fondi aperti sono gestiti da banche, assicurazioni e società di gestione e sono aperti a tutti, anche agli autonomi.
  • I PIP, piani individuali pensionistici, sono contratti assicurativi; sono spesso i più cari.

I costi della tabella sono l’indicatore sintetico dei costi su dieci anni calcolato dalla COVIP, che si trova nella documentazione di ogni fondo e permette di confrontarli.

Dentro ogni fondo puoi scegliere un comparto: garantito, obbligazionario, bilanciato o azionario. Più l’orizzonte è lungo, più ha senso un comparto con una quota di azioni. Molti fondi offrono anche un percorso legato all’età, il cosiddetto life cycle, che riduce il rischio man mano che ti avvicini alla pensione: dal 2026 è la scelta predefinita per chi aderisce automaticamente.

Costi, rendimenti e vantaggi fiscali della previdenza complementare

I costi sembrano piccoli, ma su trent’anni pesano moltissimo.

Lo stesso piano con tre costi diversi. Con i versamenti di Luca nel terzo scenario, un rendimento del 2,5% l’anno oltre l’inflazione prima dei costi e per semplicità senza tasse, dopo 33 anni il valore finale cambia così:

  • con un costo dello 0,47%, la media dei fondi negoziali: circa 222.000 €;
  • con l’1,36%, la media dei fondi aperti: circa 192.000 €;
  • con il 2,17%, la media dei PIP: circa 169.000 €.

Tra il fondo meno caro e il più caro ci sono 53.000 € di differenza, con gli stessi versamenti.

I rendimenti dipendono dal comparto. Nel 2025, secondo la COVIP, i comparti azionari hanno guadagnato in media tra il 7,5% e il 10%, quelli bilanciati tra il 3,5% e il 5,5%, al netto di costi e tasse. Un anno da solo dice poco: conta il risultato su dieci o vent’anni.

I vantaggi fiscali sono il motivo principale per usare un fondo pensione invece di un normale investimento:

  • i versamenti sono deducibili dal reddito fino a 5.300 € l’anno dal 2026, contributo del datore compreso e TFR escluso: ogni euro dedotto fa risparmiare imposte quanto la tua aliquota marginale;
  • i rendimenti sono tassati ogni anno al 20%, o al 12,5% per la parte in titoli di Stato, invece del 26% degli investimenti normali;
  • alla pensione la prestazione è tassata al 15%, che scende di 0,3 punti per ogni anno di partecipazione oltre il quindicesimo, fino al 9% dopo 35 anni.

I soldi nel fondo non sono bloccati del tutto. Si possono chiedere anticipazioni: fino al 75% in qualsiasi momento per spese sanitarie gravi; fino al 75% dopo otto anni per comprare o ristrutturare la prima casa; fino al 30% dopo otto anni per altre esigenze. Alla pensione si può ritirare in capitale fino al 50% della posizione e il resto diventa una rendita; dal 2026 sono possibili anche altre forme di erogazione, come una rendita per un periodo definito o prelievi programmati. Chi perde il lavoro o lo lascia pochi anni prima della pensione può chiedere la RITA, una rendita anticipata.

Quando iniziare e quanto versare

Nella previdenza il tempo è l’ingrediente più potente, come abbiamo visto con l’interesse composto.

100 € al mese fino ai 67 anni, con un rendimento del 3% l’anno oltre l’inflazione:

Inizi a Versi in tutto Valore finale
25 anni 50.400 € 100.795 €
35 anni 38.400 € 64.343 €
45 anni 26.400 € 37.328 €

Chi inizia a 25 anni versa 12.000 € in più di chi inizia a 35, ma alla fine ha 36.000 € in più.

Quanto versare? Qualche regola pratica:

  1. Almeno il minimo che serve per ottenere il contributo del datore di lavoro: rinunciarvi vuol dire rinunciare a una parte di stipendio.
  2. Stima il buco: se la pensione pubblica fosse intorno al 60-65% dell’ultimo stipendio, ma vorresti almeno il 75-80%, il fondo pensione deve coprire la differenza. Per Luca, i circa 181.000 € del terzo scenario trasformati tutti in rendita varrebbero indicativamente intorno agli 8.000 € l’anno, con un coefficiente di rendita del 4,5%: circa 13 punti di sostituzione in più.
  3. Sfrutta la deduzione fino al limite, se te lo puoi permettere senza togliere spazio al fondo di emergenza e agli obiettivi più vicini: vale di più per chi ha un’aliquota alta.
  4. Rivedi la quota a ogni aumento di stipendio, come abbiamo visto nella lezione sul risparmio.

Si può aprire un fondo pensione anche per un figlio a carico: i versamenti sono deducibili nel limite del genitore, e il tempo lavora per lui fin da piccolo.

La pensione con un lavoro autonomo o discontinuo

Per chi lavora in proprio i contributi sono più bassi e la pensione pubblica, di conseguenza, è più bassa.

  • I professionisti senza una cassa propria versano alla gestione separata dell’INPS, con un’aliquota del 26,07% sul reddito.
  • Artigiani e commercianti versano circa il 24%, con un minimo da pagare anche con redditi bassi. Nel regime forfettario possono chiedere una riduzione del 35% dei contributi: si paga meno oggi, ma la pensione sarà più bassa.
  • I professionisti iscritti a un ordine, come avvocati, ingegneri o medici, hanno casse professionali con regole proprie.

La pensione di Sara. Sara, la grafica nel regime forfettario, versa circa 6.100 € l’anno alla gestione separata. Se lo facesse per 35 anni, con il montante che si rivaluta dell’1% l’anno oltre l’inflazione, a 67 anni avrebbe una pensione di circa 1.100 € lordi al mese, in euro di oggi. Per Sara, che non riceve TFR né contributi da un datore di lavoro, un fondo pensione aperto a basso costo, con versamenti deducibili, è quasi indispensabile.

Per chi ha una carriera discontinua, con contratti a termine, periodi all’estero o anni di disoccupazione, alcune regole aiutano:

  • durante la NASpI l’INPS accredita contributi figurativi, che contano per la pensione;
  • il cumulo gratuito permette di sommare i contributi versati in gestioni diverse, per esempio da dipendente e poi da autonomo;
  • il riscatto della laurea agevolato permette di trasformare gli anni di università in anni di contributi: nel 2026 costa 6.206,64 € per ogni anno di studio, è deducibile e si paga anche in 120 rate senza interessi. Conviene soprattutto per anticipare l’età della pensione, molto meno per aumentarne l’importo;
  • i versamenti volontari permettono di continuare a versare contributi quando si smette di lavorare, a determinate condizioni.

In sintesi

  • La pensione pubblica è a ripartizione e, per chi ha iniziato dopo il 1995, interamente contributiva: dipende da quanti contributi versi in tutta la carriera.
  • Nel 2026 si va in pensione di vecchiaia a 67 anni con 20 anni di contributi; dal 2027 l’età è prevista in aumento.
  • La pensione è montante × coefficiente di trasformazione: carriere con buchi ed economia lenta la riducono molto. Controlla ogni anno l’estratto conto su MyINPS.
  • Per la maggior parte dei dipendenti il TFR nel fondo del contratto, con il contributo del datore, rende più che in azienda, ma non è garantito.
  • Negoziali, aperti e PIP hanno costi molto diversi: 0,47%, 1,36% e 2,17% in media. Su trent’anni fanno decine di migliaia di euro.
  • I versamenti sono deducibili fino a 5.300 € dal 2026, i rendimenti tassati al 20% e la prestazione dal 15% al 9%.
  • Iniziare presto conta più di versare tanto; autonomi e carriere discontinue hanno ancora più bisogno di un piano.

Esercizio. Entra in MyINPS e scarica il tuo estratto conto contributivo: controlla che ci siano tutti gli anni di lavoro. Poi usa La mia pensione futura per una prima stima. Se sei dipendente, cerca qual è il fondo pensione del tuo contratto collettivo, quanto versa il datore di lavoro se aderisci e qual è l’indicatore dei costi del comparto che sceglieresti.

Con questa lezione si chiude la quarta parte del corso. Nella quinta parte passiamo all’altra metà del lungo periodo: investire in modo consapevole.

Domande frequenti

Quando si può andare in pensione nel 2026?

Con la pensione di vecchiaia a 67 anni e almeno 20 anni di contributi. Con la pensione anticipata, a qualsiasi età, con 42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne, più tre mesi di attesa. Chi ha iniziato a lavorare dopo il 1995 può uscire a 64 anni con 20 anni di contributi se la pensione vale almeno tre volte l’assegno sociale. La legge di bilancio 2026 prevede che l’età della vecchiaia salga a 67 anni e 1 mese nel 2027 e a 67 anni e 3 mesi dal 2028.

Conviene lasciare il TFR in azienda o metterlo in un fondo pensione?

Per la maggior parte dei dipendenti il fondo pensione conviene, soprattutto se è il fondo del proprio contratto collettivo: aderendo si riceve anche il contributo del datore di lavoro, la tassazione finale scende fino al 9% e nel lungo periodo le linee bilanciate e azionarie hanno reso più della rivalutazione del TFR. Il TFR in azienda ha però una rivalutazione garantita e resta disponibile per alcuni anticipi: la scelta va fatta guardando costi e linee del fondo.

Quanto costa un fondo pensione?

Dipende molto dal tipo. Secondo la COVIP l’indicatore sintetico dei costi su dieci anni è in media dello 0,47% per i fondi negoziali, dell’1,36% per i fondi aperti e del 2,17% per i PIP. Su trent’anni di versamenti la differenza può valere decine di migliaia di euro, quindi il confronto dei costi è uno dei passi più importanti.

Come faccio a sapere quanto prenderò di pensione?

Nell’area personale MyINPS trovi l’estratto conto contributivo, con tutti i contributi versati, e il servizio La mia pensione futura, che stima età e importo della pensione in base alla tua storia lavorativa. Conviene controllare l’estratto conto ogni anno: eventuali buchi o errori si correggono più facilmente subito.

Cos’è l’adesione automatica al fondo pensione?

Dal 1° luglio 2026 i dipendenti del settore privato assunti per la prima volta aderiscono automaticamente al fondo pensione previsto dal loro contratto collettivo, con TFR e contributi minimi di lavoratore e datore, se entro 60 giorni dall’assunzione non scelgono diversamente. Entro quel termine possono rinunciare, scegliere un’altra forma pensionistica o lasciare il TFR in azienda.

Questo contenuto ha scopo divulgativo e non è una consulenza finanziaria personalizzata. Prima di prendere decisioni valuta la tua situazione e, se serve, rivolgiti a un consulente abilitato.